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Nell’ambito del tortuoso processo diplomatico della Conferenza di Pace di Astana, le tre potenze principali operanti nello scacchiere siriano (Russia, Iran e Turchia) avevano negoziato la creazione di quattro “Zone Sicure”, dette anche “Aree di De-Intensificazione del Conflitto”, al fine di portare ad una cessazione delle ostilità in ambito locale, preambolo dell’inizio di trattative di pace volte all’instaurazione di un nuovo equilibrio politico nella Repubblica Araba di Siria.

Gli accordi originali del 4 maggio 2017 prevedevano l’istituzione di 3 “Zone Sicure”:

1- “Zona di Rastan” situata vicino a Homs;

2- “Zona della Ghouta Orientale” situata vicino a Damasco:

3- “Zona di Dara’a” comprendente gran parte delle provincie di Dara’a e Quneitra.

Successivamente, nel settembre del 2017 anche la provincia di Idlib venne elevata a “Quarta Zona Sicura”, mentre la cosiddetta “Fascia di Sicurezza della Siria Settentrionale” sotto il controllo delle forze armate turche e delle milizie a loro affiliate resta per ora esclusa da ogni trattativa.

La realtà sul terreno si è però dimostrata assai più difficile da gestire. Sebbene le “Zone Sicure” abbiano permesso di circoscrivere il raggio d’azione delle milizie islamiste, non ne hanno comunque diminuito la bellicosità tanto che la miriade di incidenti susseguitisi ha contribuito a minare la trattativa e renderla “lettera morta” sin da subito, obbligando le forze russe, siriane, iraniane e le milizie irachene e di Hezbollah presenti nel teatro operativo a ricorrere alla forza per ottenere la pacificazione di queste aree. Il risultato è che, a quasi 1 anno e mezzo dall’accordo del 4 maggio 2017, tre delle cosiddette “Zone Sicure” sono tornate sotto il controllo del governo centrale siriano a seguito di altrettante battaglie campali e successive evacuazioni degli elementi più intransigenti tra le fazioni islamiste locali. L’ultima “Zona Sicura” rimasta è quella di Idlib e anch’essa sembrava presto destinata a diventare l’area dello scontro finale tra Assad e gli Islamisti proprio come lo era stata Aleppo nel dicembre del 2016.

Tuttavia, nel settembre di quest’anno, le parti contraenti sono riuscite a raggiungere un nuovo accordo di “cessate il fuoco”, prolungando il regime della “Zona Sicura di Idlib” per altri 6 mesi. Al di là dei dettagli tecnici deliberati in sede negoziale però, è necessario porre l’accento sul fatto che tale accordo ha una valenza assolutamente temporale e non risolve alcuno dei nodi gordiani che hanno portato al conflitto. Sebbene le forze islamiste abbiano l’obbligo di ritirare gli armamenti pesanti dalla linea del fronte, nessun accordo per lo status definitivo della provincia di Idlib è stato nemmeno menzionato tanto da far intuire la conclusione che il tutto rappresenti solamente una mera azione di facciata per portare ad una temporanea “pausa” nei combattimenti al fine di permettere a Erdogan di salvare la faccia in un periodo in cui la crisi valutaria in Turchia rischia di erodere parzialmente il suo consenso. Inoltre, l’arco temporale sopra menzionato permetterebbe ai contendenti di aspettare l’esito finale delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti e di aggiustare le proprie strategie future in base ai risultati prodotti dalle urne.

In ogni caso, gli elementi più intransigenti tra le fazioni islamiste concentrate nella zona di Idlib hanno già ampiamente dimostrato una certa irrequietezza dato che le violazioni del regime di “cessate il fuoco” avvengono a cadenza ormai quotidiana, lungo la linea di contatto, tanto da far dire al ministro degli esteri della Federazione Russia, Sergey Lavrov che: “Sebbene non sia in programma alcuna operazione militare su larga scala nel breve periodo, deve essere ben chiaro che il destino di tutti i combattenti stranieri presenti sul territorio della Repubblica Araba di Siria, così come quello delle truppe di altri paesi auto-invitatisi senza il consenso del legittimo governo siriano, sarà inevitabilmente quello di andarsene”. A buon intenditore, poche parole.

(immagini: Euronews / SANA)