Questo articolo è stato tratto dal post originale pubblicato su questo sito

Il post è stato pubblicato da questa

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/

Le banche sono tornate nuovamente nella bufera per effetto del rialzo dello spread, ma a fare salire il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi non è tanto (o soltanto) la lettera di Bruxelles, in buona parte già scontata nei prezzi, quanto piuttosto la novità politica della giornata di ieri: il primo, vero, litigio tra le due forze al governo. E qui occorre fare un passo indietro per capire due cose. La prima è che lo spread non è un’entità astratta che qualcuno può manovrare a piacimento, né è una Ferrari che può fare da 0 a 100 in un attimo e viceversa, perché il mercato dei titoli di Stato è uno dei più liquidi ed efficienti del pianeta.

Questo significa che per spostare anche di pochissimo un prezzo occorrono volumi molto significativi e che le notizie – a meno che non siano del tutto inattese – hanno sì un impatto, ma piuttosto limitato, anche perché già in parte incorporate nei prezzi. È da mesi che sui mercati si guarda all’Italia con scetticismo e preoccupazione. Durante l’estate è stata concessa una tregua (e lo spread si era in parte ridimensionato) perché il governo aveva assicurato che la manovra avrebbe rispettato gli impegni presi con l’Europa. Già da luglio tutti i report degli uffici studi indicavano nell’autunno l’ora della verità per l’Italia.

Il problema era capire se avrebbe prevalso il realismo, e dunque se il governo si sarebbe limitato a dare subito un contentino ai suoi elettori per rispettare i parametri europei posticipando agli anni a venire buona parte delle misure promesse in campagna elettorale (e in molti scommettevano su questo scenario, ritenuto il migliore in assoluto anche per gli investitori), o se invece l’esecutivo gialloverde avrebbe presentato una manovra incompatibile con gli impegni europei puntando a incassare il massimo dei consensi e a giocare eventualmente la carta elezioni anticipate da abbinare alle europee di maggio.

Questo secondo era lo scenario ritenuto peggiore in assoluto dagli analisti, ma è anche quello che in queste settimane sta vedendo crescere di giorno in giorno le sue probabilità di realizzazione. La lettera della Ue – per quanto i toni siano inusualmente duri – i mercati se l’aspettavano dal giorno in cui è stata presentata la manovra: una mossa obbligata, come a dama, posto che le previsioni di crescita presentate dall’Italia sono del tutto irrealistiche. Quello che invece i mercati non si aspettavano, almeno in questa fase, è stata l’escalation conflittuale tra 5 Stelle e Lega innescata dal decreto fiscale.

Un primo, serio, accenno di crisi che lascia intravvedere divisioni profonde al di là dell’apparente unità di intenti delle due forze e che nelle settimane a venire potrebbe ulteriormente alimentare l’incertezza e le tentazioni (soprattutto salviniane, ma non solo) di voto anticipato. La seconda cosa da capire è se, in quest’eventualità, le due forze di maggioranza andranno divise per colpire unite (probabilità ritenuta piuttosto bassa dai mercati) o se invece si presenteranno in competizione tra loro per poi eventualmente tornare a governare insieme (una sorta di regolamento di conti in stile prima Repubblica). O, ancora, se con le elezioni si aprirà la strada a nuove maggioranze, ammesso e non concesso che con l’attuale legge elettorale si abbiano poi davvero i numeri per governare. Se possibile tutto questo crea un’incertezza ancora maggiore sull’Italia che non mancherà di riflettersi in negativo sulla vita delle persone divenute ormai ostaggio di una disastrosa campagna elettorale permanente.

L’articolo Decreto fiscale, così la spaccatura nel governo fa impennare lo spread più di Bruxelles proviene da Il Fatto Quotidiano.