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Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/




























Sono partiti in 160, ora sono almeno venti volte tanto. Vengono dall’Honduras, ma anche da Guatemala e El Salvador, risalgono il Centroamerica macinando 40 chilometri al giorno e stanno facendo infuriare Donald Trump. La carovana di migranti è partita venerdì scorso da una stazione degli autobus a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras: ha attraversato lunedì il confine con il Guatemala, e marcia spedita verso il Messico. L’obiettivo, dichiarato, è entrare negli Stati Uniti. I profughi si muovono perlopiù a piedi, ma sfruttano ogni passaggio: si ammassano a decine a bordo di camion, auto e furgoncini e salgono persino sui tetti degli autobus. Ci sono neonati allattati dalle mamme e bambini per mano ai genitori. Dormono in rifugi improvvisati o palestre messe a disposizione da associazioni locali, mangiando perlopiù il cibo che viene loro offerto da volontari lungo il cammino.

Il Messico manda agenti di polizia al confine – Una lunga marcia che il Messico si prepara a contenere, con lo schieramento di centinaia di agenti di polizia al suo confine meridionale. Le forze dell’ordine non avranno compiti di “repressione” ma solo di “contenimento”, ha precisato il capo della polizia, Manelich Castilla in una intervista a Foro TV.  In un intervento al Parlamento, il ministro degli Interni messicano Alfonso Navarrete ha anticipato di voler spiegare “con tutta la chiarezza possibile” al governo americano “che respingiamo qualsiasi tentativo di pressioni per cambiare le nostri leggi perché non intendiamo farlo”. Il governo messicano ha anche precisato la sua intenzione di chiedere all’Unhcr aiuto per individuare una soluzione “di carattere umanitario” per i migranti in arrivo. Il Messico ha anche assicurato che non consentirà l’ingresso dei migranti nel suo paese senza i necessari documenti. Non tutte le persone in arrivo potranno presentare richiesta per lo status di rifugiato, ma il Paese centro americano cercherà di fornire al numero maggiore possibile di loro “protezione umanitaria e il rispetto dei loro diritti umani”, ha precisato Navarrete.

La fuga dei migranti – San Pedro Sula, la città da cui è partito il nucleo originario dei profughi, è la città più violenta dell’Honduras e una delle più pericolose al mondo: un rapporto pubblicato nel 2013 parlava di 169 omicidi ogni 100mila abitanti. Scappano dalla povertà, dal crimine di strada e dalla violenza del narcotraffico: alcuni marciano sventolando le bandiere bianche e blu dello stato centroamericano. È diffusa la rabbia verso il presidente nazionalista Juan Orlando Hernandez, considerato corrotto e incapace di contrastare in modo efficace il crimine organizzato. Hernandez, da parte sua, ha accusato i gruppi politici a lui rivali, e in particolare l’ex presidente Manuel Zelaya, di aver incoraggiato la carovana. “Ci sono settori della politica che vogliono destabilizzare il Paese, ma saremo decisi e non lo permetteremo“, ha dichiarato. Lunedì, a Esquipulas, 10 chilometri oltre il confine guatemalteco, le autorità del Paese hanno arrestato il portavoce del gruppo, il giornalista ed ex parlamentare honduregno Bartolo Fuentes, con l’accusa di non essersi registrato correttamente agli uffici d’immigrazione. La carovana è stata fatta fermare per un paio d’ore, ma alla fine ha potuto proseguire.

Ora si stima che la marcia coinvolga 4mila persone, e giorno dopo giorno sta attirando l’attenzione dei media di tutto il mondo. Martedì è intervenuto Donald Trump: il presidente Usa teme che la copertura mediatica incoraggi altri centroamericani ad unirsi al percorso, rendendo più difficile la gestione del loro arrivo quando e se raggiungeranno il confine con gli Usa. Inoltre, la minaccia ai confini rappresenta un ottimo argomento di propaganda in vista delle elezioni di medio termine, previste fra tre settimane. Trump ha dedicato alla questione un gran numero di tweet  nelle ultime ore, minacciando di cancellare gli aiuti umanitari ai governi di Guatemala, Honduras e El Salvador se non impediranno ai profughi di proseguire.

“Oltre a interrompere tutti i pagamenti a questi Paesi, che sembrano non avere alcun controllo sulla propria popolazione, devo chiedere in modo deciso al Messico di fermare questo assalto“, ha twittato Trump. “Se non riusciranno a farlo, chiamerò l’esercito e sbarrerò i confini“. E se l’è presa con i democratici, colpevoli a suo dire di opporsi a leggi più severe sull’immigrazione: “È difficile credere che con migliaia di persone a Sud del confine che avanzano senza ostacoli verso il nostro Paese in grandi carovane, i Democratici non vogliano approvare leggi per la protezione delle frontiere. Sarà un importante argomento di campagna elettorale per i Repubblicani!”. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver parlato con il presidente del Guatemala Jimmy Morales, incoraggiandolo a scoraggiare i propri connazionali dall’unirsi alla marcia.

Il primo difficile snodo per i migranti sarà l’entrata in Messico: mentre per varcare la frontiera Honduras-Guatemala bastava un documento nazionale, il Messico richiede un passaporto. Ma ben pochi dei migranti, riportavano gli inviati dell’Associated Press, ne sono in possesso. Il governo di Città del Messico ha inviato al confine meridionale un contingente straordinario di 500 agenti.  Luis Navarreto, honduregno di 32 anni, intervistato dal Washington Post dice di aver saputo della furia di Trump verso la carovana di cui fa parte, ma di non essere spaventato. “Continueremo”, ha detto, “È Dio che decide qui, non Trump. Non abbiamo altra scelta se non di andare avanti”.

L’articolo Migranti, la carovana che spaventa Trump: in 4mila marciano verso gli Usa. E il Messico invia l’esercito al confine proviene da Il Fatto Quotidiano.