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DI ROSANNA SPADINI

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Di omicidi politici si tratta, ma pur sempre di omicidi, e nel frattempo ci è scappato anche qualche suicidio vero. Infatti nel liquame fangoso del Regno dell’Euro, c’è qualche forza misteriosa che negli ultimi 20 anni ha attirato nella voragine della recessione tutti gli stati membri, uno dopo l’altro, tranne la ‘locomotiva’ d’Europa, la Germania. Come se avessimo vissuto sul palcoscenico di “Dieci piccoli indiani”,  prima sparisce la Grecia, poi Irlanda, Spagna, Italia, Gran Bretagna, ed ora anche la Francia, stretta in un aggancio mortale, preludio di morte.

Aquisgrana, terra di mezzo tra Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, è stata la sede di nascita del Sacro Romano Impero, di Carlo Magno (Karl der Grosse ), ed ora è diventata il cimitero del Regno dell’Euro.

Gli sciacalli dorati del Regno dell’Euro si sono  proposti spesso come i salvatori dell’Europa, vedi  Draghi, Macron, Merkel… hanno promesso crescita, benessere e lavoro, poi, dopo aver danneggiato tutti i fondamentali economici degli stati membri, dopo averli ficcati nella palude Stigia della storia, ora hanno stretto un patto di sangue per non morire definitivamente.

“Tutto ci vede in competizione: industria, commercio, diplomazia, nucleare, difesa, istituzioni, immigrazione e persino diritto matrimoniale. Quindi ci sposeremo con la speranza che questo patto ci costringa a scendere a compromessi e a riconciliarci per evitare la guerra.” Questo è il ragionamento paradossale dei governi francese e tedesco dell’attuale trattato di Aquisgrana, 22 gennaio 2019.

Lo stesso ragionamento che ha portato alla moneta unica: “Non siamo in grado di fare progressi nella costruzione dell’Europa, salteremo quindi nell’ignoto con la moneta unica per costringerci a convergere e mettere in atto solidarietà e strutture integrate. O la va o la spacca”. Così avevano detto Kohl e Mitterrand nel 1992. Risultato, un disastro. Tutte le economie europee già divergenti, sono entrate in aperto conflitto, la Germania ha divorato le forze dei suoi vicini ad ovest e a sud, in primo luogo la Francia, e mai le tensioni tra i paesi europei sono state così violente dalla caduta del nazismo e dalla fine della guerra fredda.

Il nuovo trattato è stato firmato lo stesso giorno del trattato dell’Eliseo tra de Gaulle e il cancelliere Adenauer, il fondatore della Germania federale. Il trattato del 1963 si occupava di scambi di giovani, gemellaggi di città e altre questioni secondarie, il suo scopo era essenzialmente simbolico. Meno di venti anni dopo la caduta di Hitler e la liberazione di Francia, conclusa tra due giganti della Resistenza, de Gaulle (72 anni) e Adenauer (87 anni), esprimeva la volontà sincera di cancellare diverse generazioni di guerre mortali.

Sullo sfondo il trattato rifletteva anche il desiderio della Germania federale di diventare un partner rispettato del campo occidentale, nel quadro della guerra fredda tra USA e URSS, e il desiderio del generale de Gaulle di creare attorno alla “Coppia franco-tedesca”  un polo più o meno equidistante tra Mosca e Washington.

Infatti la coppia sarebbe durata per tre decenni, fino alla caduta del muro di Berlino e la riunificazione nel 1991, le due Germanie, la RFT e la RDT. Utile osservare che il Trattato dell’Eliseo aveva riunito due grandi nazioni di dimensioni simili, una delle quali, liberata dal militarismo prussiano, aveva trovato la frenesia culturale e romantica che aveva sedotto Madame de Stael, mentre l’altra aveva riacquistato dopo l’occupazione un ruolo geopolitico commisurato alla sua storia: forza deterrente nucleare, seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, imperialismo in Africa e Medio Oriente.

La nuova Germania, 80 milioni di abitanti, nasce dalla continuità identitaria con la Prussia di Federico II e del Secondo Reich di Bismarck. I suoi industriali, saldati come gli Junker prussiani, hanno messo l’orgoglio nazionale nelle loro esportazioni. Il loro successo in questo settore è lampante per un surplus commerciale quasi osceno del 6% del PIL, che ha tratto beneficio dalla moneta unica e dal deficit nazionalista dei loro vicini (un francese non ha mai avuto grandi problemi ad acquistare una macchina tedesca, mentre un tedesco arrossirebbe se dovesse comprarne una francese).

Riunisce due nazioni, una delle quali interpreta a meraviglia l’arroganza dell’Unione europea, mentre l’altra, paralizzata dal proprio declino economico, appare politicamente disperata di conquistare le grazie del suo potente vicino.

Si noti che nel 1963 il trattato dell’Eliseo aveva portato alla firma le due grandi potenze della CEE, senza che nessuno degli altri membri della Comunità (Benelux e Italia) si sentisse offeso. Niente del genere con il trattato di Aachen. Il nuovo trattato cerca comunque di non offendere la fibra nazionale dei deputati o giudici del Bundestag, al massimo c’è una promessa di incoraggiare il bilinguismo su entrambi i lati del Reno, però nessun riferimento al surplus commerciale tedesco, anche se ha violato allegramente le prescrizioni di Bruxelles e massacrato agricoltura e industria francesi.

La Germania ha così ottenuto il diritto di accesso a tutti quei campi, che sono avversati dalla Francia:
• In materia diplomatica, La Germania è orientata verso est e non ha nulla a che fare con il trofismo africano e mediterraneo della Francia.
• All’ONU, la Germania vota più spesso del solito contro la Francia, ad esempio sull’ingresso della Palestina nell’UNESCO.
• Dal punto di vista energetico, la Germania ha decisamente scelto il carbone contro l’energia nucleare, a differenza della Francia.
• Di fronte alla sfida migratoria, nel 2015 la Cancelliera ha aperto le sue frontiere a un milione di rifugiati senza preoccuparsi di mettere in guardia i suoi partner europei.

La realtà è decisamente diversa e sotto gli occhi di tutti: non c’è alcun punto d’incontro tra la grande Germania della Merkel e la Francia che soffre di “Yellow Vests”.

Dopo settant’anni di sforzi meticolosi, in realtà non si è creata alcuna solidarietà tra i cittadini europei. L’Unione europea in particolare si riflette esclusivamente nella libera circolazione di capitali e beni nonché nella rimozione di tutti gli ostacoli alla libertà d’impresa e ai saccheggi.

Gli interessi nazionali che hanno dominato l’UE fin dalla nascita, soprattutto quelli tedeschi, hanno preso  sempre più il sopravvento, gli abitanti degli stati del nord sono diventati di anno in anno più ricchi, mentre gli altri sempre più poveri.

La nuova Europa così delineata sancirà definitivamente la trazione franco-tedesca, con la Germania che traina e la Francia che segue in subordine. Finché il sistema euro potrà resistere.

Il documento, che consta di 16 pagine, sette capitoli e 28 articoli, arriva a delineare una concertazione talmente profonda tra le politiche dei due Paesi da prefigurare quasi una fusione politica.  Nell’articolo 8 per esempio si legge che «l’ammissione della Repubblica Federale Tedesca come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu è una delle priorità della diplomazia franco-tedesca». Dunque un chiaro passo verso una nuova Europa, con aperta sfida agli equilibri voluti dagli Stati Uniti.

Se ciò non bastasse, viene chiarito che Francia e Germania «approfondiscono la loro collaborazione nel contesto della politica europea, si impegnano insieme per un’efficace e forte politica estera e rafforzano nonché approfondiscono l’unione economica e monetaria». Posizioni comuni che riguardano anche l’ambito militare, con un patto di reciproco sostegno e un ruolo fondamentale attribuito al Consiglio di difesa e sicurezza «che si riunirà regolarmente al massimo livello».

Spaventosi i dati più recenti dallo stato tedesco sulle espulsioni di migranti: il 2018, informa Berlino, è stato l’anno dei numeri record verso gli altri Paesi dell’UE. Per la prima volta dal 2015 la Germania ha rinviato oltreconfine più persone di quante ne abbia accolte. E uno su tre di questi immigrati indesiderati è stato rispedito in Italia.

La Cancelliera ha parlato anche di un’alleanza contro i populisti e i nazionalisti, alleanza quindi politica ma anche militare in quanto preludio a un esercito europeo, per lo sviluppo di una “cultura militare e di una industria comune degli armamenti”.

Dopo l’uscita della Gran Bretagna, dato ormai irreversibile, il terrore tedesco sulla tenuta dell’Unione è cresciuto. Il disegno geopolitico è chiaro, si vorrebbe creare un’alleanza strategica basata sul controllo di un asse obliquo, che va da sud-ovest (Francia) a nord-est (Germania). Il sogno francese in particolare vorrebbe sostituire l’Italia come sub fornitrice nel settore delle manifatture meccaniche, mantenendo però la leadership dell’industria militare, e conquistando quella delle tecnologie avanzate.

Però la realtà va avanti in modo decisamente diverso, la protesta dei Gilets Jaunes non accenna a placarsi, i populisti italiani sfidano l’imperialismo francese in Africa, origine prima dell’immigrazione mediterranea, e il silenzio della Germania è assordante su una stagione esasperate di export,  combattuto aspramente da Trump, che ha scatenato sanzioni e guerra commerciale contro il diesel delle case automobilistiche tedesche, mentre un accordo commerciale tra Washington e Pechino potrebbe sconvolgere definitivamente ogni sua velleità egemonica. In occidente c’è un unico impero che comanda, di cui l’asse franco tedesco resta solo un vassallo.

È una mossa comunque disperata, nonostante le tante fanfare, un tentativo di resistere alla politica nazionalistica di Trump, che chiede maggior partecipazione alle spese Nato, e il controllo sulle partite commerciali. Solo l’aggancio definitivo con la Francia, in grave gap economico, sembra ora poter garantire alla Germania l’ultima presa su un’Unione che si sta disgregando.

Rosanna Spadini

Fonte: www.comedonchisciotte.org

23.01.2019