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Le aveva inviate il predecessore Obama tanto per sostenere la lotta del Rojava contro l’Isis, ormai debellato secondo la Casa Bianca, quanto per proteggerlo dalle insidie turche.

La mossa viene intesa quasi ovunque come una specie di via libera ad Erdogan, che potrebbe effettivamente approfittarne per regolare i conti con i miliziani curdi, in sospeso fin dai tempi dell’assedio di Kobane. La Turchia teme che in Siria sorga uno Stato curdo indipendente in grado di collegarsi al Pkk e minacciarne l’integrità.

Molti analisti di grido, incluso George Friedman, si sono affannati a concludere che in realtà l’improvvisa decisione di Trump è perfettamente logica dal punto di vista geopolitico, mirando a rinsaldare i rapporti tra gli Stati Uniti ed uno dei loro più importanti alleati nella Nato, da tempo deterioratisi.

Secondo questa lettura, il tycoon avrebbe improvvisamente archiviato la sua lotta all’Islam Politico, che ha uno dei suoi più accesi sostenitori proprio nel presidente Erdogan, in nome delle esigenze della realpolitik, che imporrebbero all’America il rilancio dell’amicizia con la più forte potenza del Medio Oriente e del Mediterraneo Orientale.

Almeno per il momento, tuttavia, questa interpretazione non appare del tutto convincente, anche se è vero che il leader turco è stato anche invitato a Washington, dove dovrebbe recarsi a giorni per colloqui e soprattutto una preziosa photo opportunity.

Se l’obiettivo di Trump fosse stato quello di riconciliarsi con Ankara, probabilmente gli sarebbe bastato mettere sul piatto l’estradizione di Fetullah Gulen, che i turchi esigono da lungo tempo ritenendolo il mandante del golpe fallito nel 2016, senza modificare la postura sul terreno delle truppe statunitensi schierate in Siria.

Dopotutto, aveva raccomandato la consegna dell’imam turco alla giustizia di Ankara anche il primo Consigliere per la sicurezza nazionale arruolato da Trump, il generale Michael Flynn, che aveva addirittura paragonato Gulen a Bin Laden.

Sul piano politico-strategico generale, in realtà, l’accelerazione di Trump verso il ritiro è rischiosa, potendo implicare un’alterazione profonda degli equilibri in Medio Oriente che danneggerebbe anche paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto, considerati finora dal tycoon altrettanti pilastri dell’ordine regionale insieme ad Israele.

Proprio per questo motivo, appare preferibile una ricostruzione diversa degli avvenimenti, una volta tanto centrata sulle dinamiche in atto all’interno degli Stati Uniti: Trump si sarebbe deciso a sparigliare le carte a dispetto delle conseguenze negative del ripiegamento americano dalle zone del Kurdistan siriano su cui Erdogan vorrebbe mettere le mani, non in vista di presunti vantaggi strategici, che in effetti non ci sono.

Alle prese con l’avvio della procedura per la sua messa in stato d’accusa da parte della Camera dei Rappresentanti e raggiunto da rivelazioni sempre più circostanziate sui contenuti piuttosto imbarazzanti delle sue telefonate con alcuni leader stranieri, Trump ha questa volta probabilmente pensato soprattutto ai propri elettori, che lo hanno votato nel novembre 2016 anche sulla base dell’impegno ad alleggerire l’impronta militare statunitense sui teatri di crisi.

Lo conferma la stessa narrazione con la quale il Presidente americano ha cercato di presentare la svolta, tutta incentrata sulla necessità di uscire dalle guerre più lunghe ed includenti in cui l’America è venuta a trovarsi.

Trump ha in effetti minacciato la Turchia di pesanti ritorsioni economico-commerciali, qualora oltrepassasse nell’offensiva che è all’orizzonte alcuni limiti che per la verità non sono stati esplicitati, ma soltanto rimessi all’esclusivo apprezzamento del Presidente o, come ha preferito scrivere lui stesso in modo inusualmente grottesco, al suo “incomparabile” discernimento.

​Non è da escludere che con l’annuncio di disimpegno dal Rojava Trump abbia anche cercato di assestare un colpo durissimo all’establishment e a quel “deep State” cui attribuisce molte delle sue attuali sfortune.

In Congresso, comunque, l’abbandono dei curdi siriani alla loro sorte non è riuscito gradito a tutti, al punto che hanno preso a girare con forza non soltanto proposte tendenti all’imposizione di sanzioni contro l’economia turca qualora Ankara effettivamente invadesse parte del Kurdistan siriano e desse prova di nutrire ambizioni eccessive, ma persino il proposito di espellere la Turchia dalla Nato.

Vedremo se queste nuove minacce basteranno a dissuadere Erdogan. Difficilmente lo condizionerà la pretesa – messa nero su bianco da Trump in un documento pubblicato dalla Casa Bianca – che la Turchia si faccia carico di tutti i terroristi jihadisti arrestati e detenuti dagli americani in Siria. Ankara potrà infatti gestirli con relativa facilità, magari approfittando del trambusto che sarà creato dal ritorno in patria dei rifugiati rimasti tutti questi anni in prossimità della frontiera turco-siriana.  

È infine al momento ignota la reazione di Russia ed Iran agli sviluppi che si sono improvvisamente delineati. Entrambi i paesi sono sicuramente in grado di dir la loro in Siria e non è affatto escluso che lo facciano, anche per cercare di garantire ad Assad la restituzione dell’intero territorio nazionale. Non resta che aspettare.

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