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DI SERGEJ ZHIL’TSOV

Negli ultimi tempi è ricominciata la discussione sul progetto del gasdotto transcaspico che dovrebbe essere posizionato sul fondo del Mar Caspio. La sua realizzazione è sostenuta da una serie di Paesi del Caspio, il supporto politico e mediatico è fornito dai Paesi occidentali e dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Riguardo al gasdotto, che dovrebbe collegare il Turkmenistan con l’Azerbaigian, se ne discute già dagli anni ‘90. Inizialmente, il progetto puntava a garantire l’esportazione di gas turkmeno in direzione ovest. La sua elaborazione e il suo sviluppo hanno avuto luogo in un momento in cui i Paesi occidentali si trovavano in competizione con la Russia per il trasporto di volumi potenziali di petrolio e gas che, si presupponeva, in prospettiva, potevano essere estratti nella regione. Inoltre, tutti i nuovi Paesi del Mar Caspio cercavano di diversificare le rotte di esportazione delle risorse d’idrocarburi. La nascita e la discussione attiva del progetto del gasdotto transcaspico vennero favorite da un boom sulle previsioni della produzione di petrolio e gas nella regione caspica. Secondo i dati presentati in quel periodo, che provenivano intenzionalmente da attori interessati, la regione del Caspio solo per poco non avrebbe occupato il posto di leader mondiale per l’estrazione degli idrocarburi.

Nonostante ciò, il gasdotto transcaspico non fu mai costruito per ragioni oggettive. In primo luogo, furono scoperte significative riserve di gas in Azerbaigian. Questo dato ridusse l’interesse di Baku verso la costruzione di un gasdotto dal Turkmenistan, visto che l’Azerbaigian non aveva più bisogno d’idrocarburi turkmeni.

La maggior parte del gas prodotto nei giacimenti turkmeni cominciò così ad essere trasportato verso la Cina, con l’effetto, per Ashkhabad, di risolvere temporaneamente il problema delle esportazioni di gas e col venir meno dell’esigenza di dover costruire un gasdotto verso il mercato europeo del gas.

Aspetto politico del problema

Nonostante i bassi ritmi di produzione di gas dei Paesi del Caspio, come pure il suo smistamento su diverse direzioni geografiche, l’interesse per il progetto del gasdotto transcaspico rimane fortemente sostenuto dall’UE e dagli Stati Uniti. In Occidente, la sua realizzazione è presentata come una diversificazione delle rotte di esportazione delle risorse d’idrocarburi. Tuttavia, in realtà, il progetto viene utilizzato come strumento politico di pressione sui Paesi del Mar Caspio, che si trovano ora al centro dell’attenzione dell’UE e degli Stati Uniti. Oltre a ciò, in relazione al progetto, è stata allestita una campagna d’informazione su larga scala, simile a quella condotta negli anni ‘90 del secolo scorso sui nuovi gasdotti di esportazione. Numerose pubblicazioni dei Centri di ricerca occidentali, visite di rappresentanti dell’UE e degli Stati Uniti in Turkmenistan – tutto questo e altri passi sono volti a mantenere “in vita” il progetto del gasdotto transcaspico.

Allo stesso tempo, sono completamente ignorate le disposizioni della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, firmata nell’agosto 2018 dai presidenti dei cinque Paesi rivieraschi del Caspio. Il documento stabilisce chiaramente le condizioni per la collocazione di condotte sul fondo del Caspio. Vale la pena ricordare che la Convenzione definisce le condizioni in base alle quali i Paesi del Mar Caspio possono attuare progetti di gasdotti sui fondali dello stesso mare. L’articolo 14 della Convenzione annota che “le parti possono collocare tubature sottomarine sul fondo del Mar Caspio, a condizione che i loro progetti siano conformi ai requisiti e agli standard ambientali sanciti nei trattati internazionali di cui sono partecipi, tra i quali: la Convenzione quadro per la protezione dell’ambiente marino del Mar Caspio e i protocolli ad essa pertinenti”. Ciò significa che la posa di condotte sul fondo del Mar Caspio dovrebbe essere vista solo in un “pacchetto” col Protocollo sulla Valutazione dell’Impatto Ambientale Circostante (OVOS: Otsenka Vozdejstvija na Okruzhajuschuju Sredu ndr.) nel contesto transfrontaliero della Convenzione quadro di Teheran del 2003.

Il documento è stato adottato dagli Stati rivieraschi il 20 luglio 2018, prima del summit dei presidenti dei Paesi del Caspio. In esso è fissato il diritto di ciascun Paese a partecipare alla perizia ambientale per accertare il grado d’impatto sull’ambiente caspico, previsto per la realizzazione del progetto. Conformemente alla conclusione della perizia ambientale, tutte le parti interessate dovranno essere coinvolte in questo processo; la sua stesura da parte di un solo Paese, tra i Paesi costieri del Caspio, non è ritenuta sufficiente. Sempre in conformità col protocollo, la perizia dovrebbe essere effettuata per tubature  di grande diametro destinate al trasporto di petrolio e gas. Pertanto, uno qualsiasi dei Paesi costieri del Caspio potrà prendere parte alla valutazione delle possibili conseguenze per la posa di una conduttura sottomarina già nella fase di progettazione. Infine, lo stesso articolo della Convenzione contiene una disposizione in base alla quale “la determinazione del percorso per la collocazione di cavi e condutture sottomarine deve essere effettuata in accordo con la parte che detiene il settore di fondo marino sul quale il cavo o la conduttura dovrà essere posata”.

Problemi col caricamento

La politicizzazione delle questioni legate alla realizzazione del progetto del gasdotto transcaspico si muove su uno sfondo di mancanza di eventi eccezionali nel settore energetico tra i Paesi della regione. Negli ultimi anni, i Paesi costieri del Caspio non hanno registrato forti aumenti della produzione d’idrocarburi. Tutti i dati e le previsioni dicono che, per il momento, non c’è d’aspettarsi la scoperta di ulteriori volumi di gas in Turkmenistan. In particolare, sono le risorse di questo Paese che dovrebbero riempire il gasdotto transcaspico. Tuttavia, la situazione riguardo al caricamento delle condutture di esportazione esistenti, dove viene convogliato il gas turkmeno, non è così rosea.

Il gasdotto Turkmenistan-Cina ha esportato 36 miliardi di metri cubi di gas, nonostante il fatto che la capacità del “tubo” fosse di ben 55 miliardi di metri cubi. I gasdotti in direzione iraniana sono stati riempiti con gas turkmeno per non più di 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno, sebbene siano stati progettati per 20 miliardi.  D’altronde è già da diversi anni che il Turkmenistan non ha questa possibilità.

L’Azerbaigian, da parte sua, sostiene politicamente il progetto del gasdotto transcaspico, sebbene il gas turkmeno e azero siano ora concorrenti. Il combustibile “blu” del giacimento marittimo azero di “Shah Deniz II” è destinato a riempire il gasdotto TANAP (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline ndr.) creato insieme alla Turchia. È importante inoltre tener conto della disposizione principale di Ashkhabad, in base alla quale, predispone la vendita del gas alla frontiera, in altre parole: nell’ipotesi di un condotto caspico il carburante diventa proprietà dell’acquirente.

Nonostante questi dati sulla produzione e sull’esportazione, un certo numero di Paesi costieri del Caspio e di Paesi occidentali continuano a sostenere il progetto del gasdotto transcaspico. Innanzitutto, questo è legato al desiderio dei nuovi Stati costieri del Caspio a mantenere vivo l’interesse delle compagnie petrolifere nei progetti di produzione. Le difficoltà con le quali, in pratica, si scontrano i consorzi per la lavorazione dei giacimenti del Caspio sono rappresentate dal calo d’interesse per le risorse d’idrocarburi della regione, per lo più considerate come riserve potenziali, il cui ruolo potrebbe aumentare in futuro.

I Paesi rivieraschi del Caspio cercano inoltre di sfruttare a loro interesse la congiuntura geopolitica; le sanzioni occidentali contro la Russia, la persistenza delle politiche energetiche dell’UE e degli Stati Uniti indirizzate alla costruzione di condutture che aggirino la Russia, rafforzano la disposizione di questi Paesi all’utilizzo di questi fattori per il proprio interesse.

Da qui, quindi, derivano le varie interpretazioni delle disposizioni della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio. Alcuni commentatori promuovono la posizione che consente a qualsiasi Paese costiero di collocare condotte sul fondo del Caspio senza coordinarsi con i suoi vicini del bacino marittimo, cioè senza alcuna procedura OVOS. In tal modo si travisa il contenuto reale degli obblighi legali assunti da tutte le parti, condizione, questa, che può creare una visione erronea tra i potenziali investitori e produrre un insano aggiotaggio.

Su parte significativa delle pubblicazioni promosse dai Centri di ricerca occidentali e da alcuni Paesi rivieraschi, gira la tesi che la sottoscrizione della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, abbia portato alla spartizione del mare, con l’apertura, conseguente, di nuove opportunità per la costruzione di condutture sul fondo del Caspio. Tali pubblicazioni contribuiscono ad intensificare il processo di negoziazione del Turkmenistan e dell’Azerbaigian con l’UE e gli Stati Uniti, creando però inutili ostacoli nei confronti della cooperazione regionale del Caspio.

Posizione russa

Nelle attuali condizioni, la Russia cerca di espandere la cooperazione politica con gli Stati rivieraschi del Caspio, rafforzandola con accordi concreti nel settore energetico. Negli ultimi tempi, di nuovo, sono state intensificate le correlazioni tra Russia e Turkmenistan nel campo dell’energia. Alla fine del 2018 la Russia e il Turkmenistan hanno ripreso i negoziati sulla cooperazione, interrotta dall’inizio del 2016, nel settore del gas; dal 2019 sono ripresi gli acquisti di gas turkmeno.

Per il Turkmenistan, che risultava dipendente dalla Cina per le sue forniture di gas solo in direzione di questo Paese, la diversificazione delle sue rotte di esportazione rappresenta un compito principale. La Russia, da parte sua, riprendendo l’acquisto di gas turkmeno ha intensificato la cooperazione con Ashkhabad, riducendo, al contempo, la probabilità di un ri-orientamento delle forniture di gas turkmeno verso ovest. Tanto più che, verso tale fine UE e Stati Uniti hanno sospinto attivamente il Turkmenistan, fornendo il loro sostegno politico al progetto del gasdotto transcaspico.

A seguito dei negoziati dell’aprile 2019, Gazprom ha ripristinato gli acquisti di gas turkmeno. In base a tal contratto, a breve termine, valido dal 15 aprile al 30 giugno 2019, il volume delle consegne sono state pari a 1,2 miliardi di metri cubi. Dopo di che, il 1 ° luglio 2019 Gazprom ha firmato un nuovo contratto per l’acquisto di gas naturale da Turkmengaz per un periodo di cinque anni. Ogni anno, l’azienda russa dovrà acquistare fino a 5,5 miliardi di metri cubi di gas.

Tuttavia è sintomatico il fatto che, sullo sfondo della conclusione dell’accordo tra Russia e Turkmenistan sulla fornitura di gas turkmeno attraverso il territorio russo, Ashkhabad abbia comunque lavorato per la firma di un Accordo quadro sulla fornitura del suo combustibile “blu” all’Europa. Nel luglio 2019, Federica Mogherini, alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha visitato il Turkmenistan.

Nonostante ciò, non esistono prerequisiti oggettivi per la costruzione del gasdotto transcaspico, così come non è stato designato un pool concreto d’investitori o di operatori del progetto. La parte turkmena non ha i volumi necessari di gas, ma mantiene la concorrenza tra i Paesi fornitori per il mercato europeo del gas. Anche l’Iran offre i suoi progetti, che a loro volta competono con il gas turkmeno e azero.

Il secondo fattore che riduce la potenziale attività su tale orientamento è l’ecologia. Prima di posare le tubature lungo il fondale del Mar Caspio, le parti interessate dovrebbero condurre una costosa perizia, incluse audizioni e tutta una serie di altre procedure pubbliche, che possono richiedere molto tempo. Solo in caso di ottenimento di delibera positiva, oltre ad apportare opportune modifiche ai piani di costruzione, sarà possibile avviare la realizzazione pratica del progetto del gasdotto. Qualsiasi serio consorzio d’investitori e di operatori di simili progetti su vasta scala, semplicemente, dovrà, obbligatoriamente, tenere conto di tutti questi fattori e valutarne i possibili rischi.

Evidentemente, in prospettiva, non c’è d’aspettarsi una svolta nell’estrazione e nell’esportazione delle risorse d’idrocarburi della regione. La regione del Caspio non diventerà alla stregua del Golfo Persico. Allo stesso tempo, l’inutile, assidua, finta concorrenza dei progetti di gasdotti, come pure le spinte dei singoli Paesi a intraprendere azioni unilaterali senza tener conto degli interessi dei Paesi vicini potranno provocare un aumento della tensione regionale. La politica dell’Occidente, che ostinatamente vuole rianimare la discussione sul progetto del gasdotto transcaspico punta a ridurre la fiducia e il livello d’interazione nel settore economico e dei trasporti all’interno dei “Cinque del Caspio” (5 Paesi rivieraschi ndr.).

Sergej Zhil’tsov

Fonte: http://www.ng.ru/news/

Link: http://www.ng.ru/ng_energiya/2019-10-07/9_7695_gaspipeline.html#

6.11.2019

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da Eliseo Bertolasi